“Tipografico piombo”: le radici revansciste e guerrafondaie dell’associazionismo esule

Alcune settimane fa abbiamo pubblicato su Giap un lungo articolo in cui abbiamo ricostruito la genesi del mito del cosiddetto “treno della…

“Tipografico piombo”: le radici revansciste e guerrafondaie dell’associazionismo esule

Nicoletta Bourbaki

Alcune settimane fa abbiamo pubblicato su Giap un lungo articolo in cui abbiamo ricostruito la genesi del mito del cosiddetto “treno della vergogna”, mettendo in evidenza come il racconto di questo presunto evento non abbia nessun riscontro nelle fonti coeve.

Il nostro articolo è stato ripreso da Christian Raimo, che sul quotidiano Domani ne ha riassunto il contenuto, commentandolo nel contesto di una critica più generale alle nuove linee guida per l’insegnamento della storia promosse dal ministro Valditara.

La FederEsuli (sigla che riunisce alcune associazioni degli esuli istriani che gravitano intorno all’ANVGD) non l’ha presa bene. In un comunicato del 3 novembre 2025 rimprovera a Raimo di «aver fatto riferimento all’articolo di un collettivo che ha più volte contestato la memoria pubblica che si va consolidando attorno alla storia della frontiera adriatica grazie alla ricerca storiografica e ad interventi autorevoli come quelli del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.»

Secondo FederEsuli tale collettivo (cioè noi) «sostiene che, siccome la stampa dell’epoca non parlò dell’episodio, allora non è avvenuto: basano tale illazione sulla frettolosa lettura di una tesi di laurea nelle cui conclusioni si ammette di non aver consultato rapporti di polizia o della prefettura e di non aver vagliato la stampa dell’associazionismo giuliano-dalmata.» Chi ha letto il nostro articolo su Giap non può che sorridere leggendo questa arrampicata sugli specchi.

FederEsuli ricorda poi che del “treno della vergogna” hanno parlato diversi storici esperti di “confine orientale”, che il Giorno del Ricordo è stato istituito per legge, e che è risaputo come la stampa italiana dell’epoca abbia «trattato con superficialità le vicende dei profughi istriani».

Le associazioni degli esuli si lamentano, dicendo che per decenni si sarebbe ignorato il loro punto di vista, e additano il PCI come responsabile della creazione di un clima ostile nei confronti degli esuli istriani. Ma della stampa di tali associazioni non si parla mai. Il motivo è presto detto: leggendo gli articoli del 1947 su giornali come “Difesa Adriatica”, organo ufficiale del Comitato Nazionale Venezia Giulia e Zara — che dal 1949 prenderà il nome di ANVGD, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia — si piomba in un incubo guerrafondaio e revanscista, che qualche ruolo nella creazione del suddetto clima deve pur averlo avuto.

Vediamo ad esempio come Difesa Adriatica rievoca l’8 settembre del 1943 (“Guardare la realtà”, Difesa Adriatica, 11 settembre 1947):

«Dal Carso scendevano trafelati a decine di migliaia i nostri soldati con le mostrine strappate, vergognosi di essere italiani, terrorizzati dai tedeschi avevano scambiato l’arma con un paio di pantaloni slavi sporchi di letame, e volevano fuggire non tanto dal fronte, come da loro stessi. Pietoso spettacolo di un esercito in disfacimento che abbandona il confine giulio per la confusione degli ordini, per la irresponsabilità dei capi, per la stanchezza della guerra.» [Bold nostro]

L’ 8 settembre è visto quindi come il giorno del disonore, e non come il giorno in cui, potendo prendere in mano liberamente la propria vita per la prima volta dopo vent’anni, molte donne e molti uomini decisero di imbracciare le armi e di lottare contro gli occupanti tedeschi, contro il fascismo e per il riscatto della classe lavoratrice. Si noti il razzismo e il classismo dell’espressione «pantaloni slavi sporchi di letame».

Per Difesa Adriatica il riscatto della Nazione può passare solo attraverso la ricostruzione del prestigio delle Forze Armate, e la difesa dell’italianità adriatica — missione del giornale — deve essere appoggiata dalla forza delle armi:

«È inutile parlare oggi di armi, né noi lo potremmo specie da queste colonne. Ma ci sia permesso azzardare l’augurio che il nuovo esercito repubblicano, che la marina, l’aviazione e le armi di polizia possano sempre più riorganizzarsi e rispondere alle esigenze nostre, che sono pur sempre esigenze di una grande Nazione europea e mediterranea. Prima o poi l’8 settembre dovrà essere dimenticato perché le forze armate, risorgendo e potenziandosi, ne cancelleranno benanco il ricordo. Ma come può non essere attaccato il nostro pensiero all’immenso valore che per uno stato ha le sue Forze Armate? Difendendo noi l’Adriatico col tipografico piombo, non ci possiamo dimenticare che perché questa difesa sia utile a qualche cosa, deve essere appoggiata alla forza degli uomini e delle armi.
[Bold nostro]

In sostanza Difesa Adriatica auspica, nemmeno troppo velatamente, la riacquisizione delle “terre perdute”, grazie alla forza delle armi di un rinato esercito nazionale.

Il 18 settembre 1947, tre giorni dopo l’entrata in vigore del trattato di pace, Difesa Adriatica scrive:

«L’Italia ha visto giorni peggiori, giorni in cui sembrava che tutto fosse perduto, che non rimanesse altro che arrendersi alla sorte e abdicare. Roma patì le Forche Caudine: la rigida spina dorsale dei romani dovette chinarsi nell’insulto, tra lo sghignazzare del nemico: ma non erano passati né secoli né millenni che Roma dominava il mondo. Noi siamo la generazione delle forche Caudine: siamo la generazione degli sconfitti, dei vinti, di coloro che non hanno saputo misurare le loro forze per la grande partita che erano chiamati a giocare. Siamo però il gradino di una scala che non si ferma con noi ma che continua negli anni e nei secoli nel nome santo dell’Italia.» 
(“Ritrovare la strada”, Difesa Adriatica, 18 settembre 1947, bold nostro)

La colpa dell’Italia quindi non è quella di aver dichiarato guerra a mezzo mondo, messo a ferro e fuoco i Balcani, il corno d’Africa e la Libia, aver partecipato con la Germania all’invasione della Russia, aver collaborato alla deportazione e allo sterminio degli ebrei, dei rom, degli slavi e di altre “razze inferiori”. La colpa dell’Italia è di non aver valutato bene le proprie forze prima di gettarsi in queste imprese.

Coerentemente con la sostanziale rivendicazione dell’imperialismo italiano, non può che arrivare l’inevitabile recriminazione per l’esito della seconda guerra mondiale. Sempre il 18 settembre, in un articolo intitolato “Ribellione”, si legge:

«Da anni sapevamo che se le democrazie occidentali alleate con la Russia bolscevica avessero vinta la partita, dura sarebbe stata la nostra sorte. Da anni sapevamo — per lo meno da quando Mosca venne a trovarsi a fianco degli anglo-sassoni nella “santa guerra di liberazione dell’Europa” — che le nostre terre sarebbero servite da grazioso oggetto di regalo. Da anni sapevamo che sarebbe stato compiuto, senza batter ciglio, l’atto più criminale di questa guerra.»

Da qui all’aperto revanscismo il passo è breve, talmente breve che dopo poche righe si arriva al dunque:

«fino a quando perdurerà questa orrenda “corruzione di confini” noi grideremo con tutte le nostre forze che le terre che oggi si strappano alla Madre Patria debbono ad essa essere ricongiunte, a qualunque costo, a prezzo di qualunque sacrificio, perché così vuole la Natura, così vuole la Storia, così vuole la Giustizia, essenze ben più alte e più categoriche degli errori commessi dagli uomini in nome di una decantata libertà, ma in effetti in conseguenza di un basso e criminoso spirito di vendetta. (…) chiamiamo oggi a raccolta tutti i combattenti che con purezza d’intenti han combattuto di qua e di là dalla barricata; tutti i combattenti che nei campi di prigionia del Kenia e dell’India hanno temprato gli spiriti all’amore di Patria; tutti i combattenti che, prestando fede alle promesse alleate, han combattuto i fratelli pur di salvare l’Italia, tutti coloro insomma che hanno sofferto e combattono con nel cuore un sogno di grandezza e una speranza di salvezza. (…) Ed uniti nello spirito eleviamo lo sguardo verso l’azzurro dei cieli in cui garriscono i gloriosi vessilli di Trieste e di Zara, di Fiume e di Pola, e promettiamo a noi stessi ed ai nostri figli , ai nostri morti ed alla nostra Patria, che con serenità e purezza opereremo con la mente e col cuore, e se è necessario col braccio, affinché così tornino a palpitare ai venti, accanto al tricolore d’Italia.» 
[Bold nostro]

L’appello è quindi a mettere da parte la “discordia”, a unire le forze, quelli che hanno combattuto dalla parte degli angloamericani e quelli che hanno combattuto dalla parte dei nazisti, nella santa crociata per la riconquista dell’Adriatico orientale.

Oggi, nel ventunesimo secolo, l’ANVGD è una delle poche associazioni autorizzate a parlare di “questione adriatica” nelle scuole.